Adelmo Cervi racconta a Lanciano antifascismo e libertà

22221776_10155661340990930_7805892152847070085_nLANCIANO. Nella giornata del 6 ottobre, tra le manifestazioni in ricordo dei giovani martiri lancianesi della II guerra mondiale, la ex Casa di Conversazione di Lanciano ha ospitato Adelmo Cervi, autore insieme a Giovanni Zucca del libro “Io che conosco il tuo cuore”, edito da Piemme. L’incontro con un testimone d’eccezione dell’antifascismo italiano, promosso dalle associazioni ANPI e Auser con il patrocinio del Comune di Lanciano, ha avuto un forte impatto con il pubblico che ha conosciuto o ricordato la tragica vicenda dei sette fratelli Cervi, fucilati dai fascisti per aver partecipato alla Resistenza, rivendicando il diritto di tutti alla libertà. Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore erano i figli di Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi. Adelmo è figlio di Aldo, giustiziato il 28 dicembre 1943 al Poligono di tiro di Reggio Emilia con i suoi fratelli, con cui costituì la Banda Cervi insieme ad altri partigiani. La fucilazione fu decisa in risposta all’uccisione da parte dei partigiani del segretario comunale di Bagnolo in Piano Davide Onfiani. La sua vita di contadino, insieme a quella dei fratelli e di suo padre, fu spesa nell’innovare il tradizionale lavoro dei campi. Uomini in grado di trasgredire, con l’acquisizione di nuove competenze, una modalità di lavoro che risultasse più snella e redditizia, ma anche di creare nel loro cascinale un luogo del dissenso militante contro il regime fascista e la guerra.

famiglia-dopo-la-guerraLa famiglia Cervi aveva forti convincimenti democratici, “la loro Resistenza si manifestava soprattutto attraverso semplici e significativi gesti quotidiani, più che con l’utilizzo delle armi” spiega Adelmo Cervi. La Resistenza non deve terminare il 25 aprile 1945 ma proseguire in una lotta continua contro ogni tipo di disuguaglianza, soprattutto in questo delicato e complesso momento storico, in cui assistiamo ad una pericolosa recrudescenza della cultura fascista che tende a non guardare alle fasce più deboli della società, perché non spendibili come risorse. “Io che conosco il tuo cuore” si apre con due foto della famiglia Cervi: una scattata a Gattatico alla fine degli anni trenta, che ritrae un gruppo costituito prevalentemente da uomini e l’altra, scattata a Gattatico dopo il 25 aprile 1945 che mostra le donne rimaste a vegliare i ricordi degli uomini scomparsi. Tra loro troviamo la madre Genoeffa e due sorelle, anch’esse partigiane.

fratelli-cervi“C’è tutto un mondo tra queste due fotografie. Un mondo di passione, di coraggio, di ideali, di dolore, di solitudine, di dignità. Il mondo raccontato in queste pagine”, scrive l’autore.  “Il libro non vuole celebrare un mito”, spiega Adelmo Cervi riferendosi al padre Alcide “ma ricordare un uomo così come avrei voluto che fosse ricordato … un uomo che prenderei per mano”, quasi a non volerlo lasciare solo dentro il ricordo di quel tragico giorno di dicembre quando, di fronte ai feretri dei suoi sette figli, pronunciò la celebre frase: “dopo una raccolta ne viene un’altra”. Adelmo Cervi, durante i cinque giorni trascorsi nella nostra città, ha incontrato gli alunni delle scuole medie e partecipato alle diverse iniziative promosse in ricordo dei martiri lancianesi. “Porterò Lanciano dentro un pezzo del mio cuore” dice emozionato, aggiungendo il rammarico per non essersi potuto confrontare con gli studenti delle scuole superiori di cui, riguardo alla commemorazione del 6 ottobre, ha notato principalmente la disattenzione o l’assenza, insieme a quella di molti loro docenti. Se “la storia siamo noi, nessuno si senta offeso”.

Lo salutiamo pubblicando la lettera scritta da Ettore, il più piccolo dei sette fratelli Cervi che, prima di morire, saluta anche tutti noi.

Ero il cinno, quello più piccolo e quello più amato. Ma solo per mia madre, mio padre o per la lapide che ci ricorda. In campagna si cresce subito. Essere il più piccolo non conta. C’è la terra da lavorare, ci sono le bestie da allevare. Io però avrei voluto crescere, diventare vecchio in un mondo senza fascisti. Invece no. Mi è toccato di morire. Subito dopo Natale. Fucilato con i miei fratelli. I Cervi, ci conoscete. Ho lasciato una bugia e un sorriso a mio padre, un abbraccio ai fratelli e un maglione bianco per Codeluppi. Per mia madre solo un ricordo. Un ricordo che uccide. Poi siamo andati là, non a Parma come avevo raccontato a mio padre, ma al Poligono. Ci siamo baciati e abbracciati. Noi sette e Quarto Camurri. Da piccolo nell’erba mi ci nascondevo e dicevo ai fratelli: “non ci sono più”. Mi sarebbe piaciuto farlo anche allora. Davanti ai repubblichini. Morire è sempre morire. Il prato, però, era troppo basso e con certe cose non si scherza. Prima che sparassero Gelindo disse: “Voi ci uccidete ma noi non moriremo mai”. Gelindo ha sempre avuto ragione. Arrivederci, ciao.    

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