Il Caso Moro va in scena al Fenaroli a 40 anni dalla strage di via Fani

Locandina Io ci sarò ancoraLANCIANO. In occasione del quarantennale della strage di Via Fani a Roma e del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo alle 21 andrà in scena al teatro Fenaroli di Lanciano “Io ci sarò ancora. Il caso Moro, 1978 – 2018” prodotto dall’associazione culturale L’Altritalia e dalla compagnia teatrale “Il piccolo resto”, con regia e adattamento teatrale di Eva Martelli. In questo primo appuntamento della nuova stagione dedicata al “Teatro Memoria”, andranno in scena Marco Bellelli, anche autore del testo, e Paolo Sideri.

La scenografia è stata affidata a Filippo Iezzi, la ricerca musicale ad Armando Minutolo, il disegno luci ad Attilio Martelli e l’organizzazione a Gianna di Donato. La pièce ricorda quanto avvenuto il 16 marzo 1978 in quella via divenuta drammaticamente famosa, quando le Brigate Rosse rapirono il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e uccisero i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Moro venne assassinato il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia. I 55 giorni del sequestro ed il suo tragico epilogo testimoniano uno dei casi più bui della storia della Repubblica. “Io ci sarò ancora, come punto irriducibile di contestazione e di alternativa”, così ammoniva Aldo Moro dalla sua prigionia, come a voler opporre idealmente la sua presenza morale al disegno criminoso che mirava, con la sua scomparsa, alla fine di una stagione politica. Il testo di Marco Bellelli rappresenta il tentativo di raccontare i 55 giorni del caso Moro attraverso uno sforzo narrativo ampiamente documentato, basato sulle cronache del tempo, sugli atti della Magistratura e delle Commissioni Parlamentari.

La regia e il lavoro drammaturgico curati da Eva Martelli, indagano il senso di afasia che irrompe quando ci si appresta a raccontare una tragedia. Due uomini, due generazioni, due voci si mettono al servizio di una storia difficile e complessa. Un rebus che, pur non trovando ancora una soluzione, è di grande importanza per avere una maggiore consapevolezza sul  presente del nostro Paese. Un percorso di ricerca che parte da un simbolico “non luogo”, dove l’unica certezza è che lo si debba fare tutti insieme, assumendo ciascuno i ruoli di una tragedia che può, a ragione, definirsi collettiva. E’ necessario che lo spettatore sperimenti il vissuto della reclusione e del delitto di un uomo divenuto un “fagotto gettato dietro il sedile posteriore della Renault color amaranto parcheggiata in via Caetani” come scrisse Miriam Mafai nel 10 maggio del 1978. La “sconcia stiva” della Renault, come la definì Mario Luzi, è il punto di partenza e il punto di arrivo.

È necessario aprire la stiva e svuotarla, trovarsi di fronte al “carico” e farsene carico, ricostruire le fasi dello stivaggio e indagarne il percorso, per poi caricare di nuovo con la consapevolezza di ottenere maggiore pesantezza. Un serio gioco di pieni e di vuoti alla ricerca di un senso che possa gettare luce su un grande naufragio dal quale si sopravvive cambiati e da cui non si può far altro che “passare il testimone”. “Lo spettacolo”, spiega la regista Eva Martelli “ha una sua architettura, in cui il passaggio generazionale tra un uomo di cinquant’anni e un ragazzo di venti ne costituisce la colonna portante. Il ragazzo ha solo una vaga idea della storia di Aldo Moro,  come la maggior parte dei suoi coetanei. In uno spazio scenico e simbolico, entrambi faranno un percorso misterioso e coinvolgente nel quale verrà non solo colto l’aspetto politico ma anche umano di Moro. Lo spazio scenico, permetterà ai protagonisti di mettere in atto un gioco delle parti che favorirà in loro un sorprendente cambiamento, soprattutto nel ragazzo che ne farà una lettura del presente”. A che cosa  può servire  oggi una storia come questa? È la domanda che si pone la regista e a cui, attraverso un notevole sforzo produttivo da parte delle associazioni L’Altritalia ed “Il piccolo resto”, tenta di rispondere con uno spettacolo teatrale di profonda onestà intellettuale, non comune nel suo genere e unico in Abruzzo.

 

 

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