La storia di Paolo, il secondo trapiantato al mondo a gareggiare all’Iron Man

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paoloCastelfranato
Paolo alla fine del percorso di nuoto

LANCIANO. Si è Iron Man prima nella testa e nel cuore che nei muscoli. E’ una miscela di rabbia, coraggio, tenacia, sfida, resilienza e riscatto che fa correre il cervello prima ancora che le gambe. La storia di Paolo Castelfranato, 39 anni, ne è la dimostrazione. Perchè Paolo non è un atleta professionista, non corre per battere gli avversari, nè nuota per quasi due chilometri nell’acqua gelida per una medaglia. Paolo ha qualcosa in meno di tutti gli altri e allo stesso tempo qualcosa in più. E’ il secondo al mondo, a 39 anni, a gareggiare nel triathlon più duro di tutti, l’Iron Man, dopo aver subito un trapianto, e con un rene solo. Come lui solo un altro atleta canadese che ha gareggiato nel triathlon hawaiano.

L’Iron Man 70.3 per Paolo era una scommessa sia per se stesso che per tutti gli altri: per il suo coach Ignazio Antonacci, la sua squadra, la sua famiglia, per i due team dell’equipe trapianti di Modena e dell’Aquila che lo hanno seguito in ogni allenamento e domenica hanno tifato per lui, per chi è pigro e per chi ha paura. La storia di Paolo parla di un bambino che a scuola non poteva giocare o fare sport come tutti gli altri. Una malattia genetica lo costringeva ad una forzata astinenza da tutto quello che un bambino può adorare. Ed è allora che Paolo comincia a guardare gli atleti come se fossero dei supereroi. Segue l’Iron Man come se fosse un cartone animato. A vent’anni entra in dialisi. Non può bere, mangiare frutta d’estate, deve fare tre sedute di dialisi la settimana da quattro ore l’una. E le sedute sono fastidiose e dolorose. Ma Paolo non ha mai mollato.

IRONMAN_PESCARAUndici anni fa sboccia la sua seconda vita. A donargliela, nel senso più alto e bello del termine, è un ragazzo di soli 17 anni morto a seguito di un incidente. Da quel momento Paolo ha un debito verso di lui. Festeggia due compleanni in un anno: la vita di prima e quella di dopo. E non sta più fermo. Inizia prima a camminare, poi ad arrampicarsi in montagna, poi a correre, nuotare, andare in bicicletta. Un unico desiderio nel cuore: vivere, nel modo più pieno che gli è stato concesso. E così non ha mai chiesto la disabilità al lavoro. E non si è mai lamentato per gli scompensi cardiaci, le mille visite di controllo, i tanti medicinali da assumere. Paolo ha pensato in grande. E l’Iron Man era il suo desiderio di bambino da realizzare. Ci si è preparato un anno intero, e prima di questo ha corso cinque maratone e due gare ciclistiche. Alle quattro sveglio per allenarsi, e ogni secondo, minuto, ora, passata a misurare la fatica, a subirla, abbatterla e padroneggiarla e diventare più forte, ogni giorno di più.

“I limiti sono solo nella testa – racconta – mi hanno dato spesso per spacciato per la mia malattia, ma non mi sono mai arreso. E nello sport è la stessa cosa. L’IronMan era una sfida con me stesso e piano piano l’incoraggiamento è arrivato anche dai medici. Ad ogni analisi dopo ogni allenamento abbiamo notato che il mio corpo rispondeva meglio e che i valori erano sempre più buoni”. E così Paolo ha nuotato domenica a Pescara per 1,9 chilometri, pedalato per 95 e corso per 21 con un unico pensiero in testa: farcela. “Lo dovevo a Luigi e alla sua famiglia – dice – e a me stesso. Ci sono stati tanti momenti in cui volevo abbandonare, ma la voglia di resistere è stata più forte”. Paolo ci ha messo sei ore e mezzo per il percorso, ma l’ha fatto tutto, mentre attorno a lui c’era gente che mollava, che crollava a terra per la fatica, che piangeva per il dolore. Ma le sue sono state lacrime di gioia.

“Voglio dire a tutti che se si vuole si può raggiungere qualsiasi traguardo – esorta con la serenità nella voce di chi ce l’ha fatta – e dare un messaggio di speranza ai trapiantati e a chi attende un trapianto e ha paura. E voglio dire anche che la donazione degli organi è la vita, e che io ne sono la testimonianza”.

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