Rischi, guadagni, inquinamento: Maria Rita D’Orsogna spiega perché Ombrina è un gioco che non vale la candela

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LANCIANO. Quattro e forse anche sei pozzi che trivelleranno i fondali a sei chilometri dalla nostra riva, con l’installazione di una sorta di raffineria galleggiante poco più in là, creando molto inquinamento e portando vantaggi pressoché nulli: non è contro il petrolio in sé che si scenderà in piazza il 23 maggio, ma contro un pessimo petrolio che non migliorerà l’economia della penisola. A pochi giorni dall’iniziativa No Ombrina, la docente universitaria Maria Rita D’Orsogna, volto noto della lotta alla piattaforme nell’Adriatico, ribadisce le ragioni del no a politici e a petrolieri che spingono per le trivellazioni nel mare nostrum.

Maria Rita D'Orsogna
Maria Rita D’Orsogna

«Il petrolio d’Abruzzo, in terra e in mare, è poco e non cambierà di una virgola lo scenario energetico nazionale», spiega la D’Orsogna, «le stime degli stessi petrolieri per Ombrina parlano di 20-40 milioni di barili di petrolio: in Italia se ne consumano 1,5 milioni al giorno, e ciò significa che, nella migliore delle ipotesi, se la produzione di Ombrina venisse commercializzata tutta in Italia, in un arco di 24 anni soddisferebbe un periodo fra le 2 e le 4 settimane di fabbisogno nazionale».

Il grande problema del petrolio dell’Adriatico è la qualità scadente: «Le impurità sulfuree danno problemi perché causano corrosione e difficoltà di trasporto del greggio, rendendo necessaria la desolforazione in loco», sottolinea la studiosa, «bisognerebbe usare una unità galleggiante di stoccaggio e trattamento, con una delicata operazione di eliminazione di scarti sulfurei e non, che include una fase di incenerimento a fiamma costante: l’insieme di tutti i prodotti di scarto bruciati sarà di almeno 80.000 chilogrammi al giorno, inclusi materiali speciali e pericolosi».

«I petrolieri dicono che lo zolfo sarà utile per la produzione di fertilizzanti e altri derivati», ricorda la D’Orsogna, «ma nel mondo esiste una sovrapproduzione di zolfo puro proprio a causa della crescente raffinazione di petrolio ad alto tenore sulfureo come quello dell’Adriatico: l’industria dei fertilizzanti non può che assorbire una piccola parte di questo zolfo, mentre Ombrina ne produrrebbe 500 chili al giorno».

Una piattaforma estrattiva con "raffineria galleggiante"
Una piattaforma estrattiva con “raffineria galleggiante”

Oltre agli scarti atmosferici, ci sono quelli in mare sia accidentali sia volontari, per non parlare dei pericoli legati al rischio di esplosioni: «Gli scoppi sono eventi rari, ma in Adriatico sarebbero particolarmente deleteri, poiché è un mare chiuso e dai fondali bassi», afferma la studiosa, «proprio considerando questo tipo di rischi, gli stati Usa che si affacciano sul Pacifico e l’Atlantico hanno una fascia di rispetto di 160 chilometri dalla costa per le attività petrolifere, e in Florida addirittura 200!».

Singolari sono alcune differenze tra Italia e Mari del Nord, una regione storicamente votata alle estrazioni: qui ad esempio le royalties sono molto più basse di quelle dovute in Norvegia. Oppure nell’Adriatico è possibile usare, come avvenne durante le prove del 2008, fanghi fra i più aggressivi, vietati nei mari del nord dal 2000: ciò significa che chi vuole realizzare Ombrina, può fare in Abruzzo ciò che sarebbe vietato nella sede della casa madre, nel Regno Unito.

«Ma il nocciolo della questione è che in una vera democrazia, la volontà popolare dovrebbe essere sacrosanta e la classe politica dovrebbe esserne garante ed interprete», conclude la D’Orsogna, «sono otto anni che il popolo chiede a gran voce che l’Abruzzo resti libero dalle trivelle, e la politica non ha saputo degnamente rappresentare questo sentimento ed agire di conseguenza: Luciano D’Alfonso continua ad essere, nonostante tutti i proclami, non tanto meglio di Gianni Chiodi».

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